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    <dcterms:title><![CDATA[Andrea Appiani - Autoritratto]]></dcterms:title>
    <dcterms:subject><![CDATA[Andrea Appiani - Autoritratto]]></dcterms:subject>
    <dcterms:description><![CDATA[La diapositiva riproduce l&#039;Autoritratto di Andrea Appiani, conservato presso la Galleria degli Uffizi, nel Corridoio vasariano.]]></dcterms:description>
    <dcterms:publisher><![CDATA[Archivio fotografico Dipartimento Studi Umanistici]]></dcterms:publisher>
    <dcterms:date><![CDATA[1890/ ca.]]></dcterms:date>
    <dcterms:format><![CDATA[diapositiva; BN; gelatina bromuro d&#039;argento/ vetro]]></dcterms:format>
    <dcterms:identifier><![CDATA[1385]]></dcterms:identifier>
</rdf:Description><rdf:Description rdf:about="http://www.eco.unina.it/items/show/236">
    <dcterms:title><![CDATA[Arnolfo di Cambio - statua marmorea di San Pietro - particolare della testa]]></dcterms:title>
    <dcterms:subject><![CDATA[Arnolfo di Cambio - statua marmorea di San Pietro - particolare della testa]]></dcterms:subject>
    <dcterms:description><![CDATA[La diapositiva riproduce il particolare della testa della statua marmorea di San Pietro, collocata nelle Grotte vaticane. La testa è attribuita ad Arnolfo di Cambio, mentre il resto del corpo è di età antica, appartenente ad una statua che raffigurava un filosofo epicureo.]]></dcterms:description>
    <dcterms:publisher><![CDATA[Archivio fotografico Dipartimento Studi Umanistici]]></dcterms:publisher>
    <dcterms:date><![CDATA[1920/ 1940 ca.]]></dcterms:date>
    <dcterms:format><![CDATA[diapositiva; BN; gelatina bromuro d&#039;argento/ vetro]]></dcterms:format>
    <dcterms:identifier><![CDATA[3611]]></dcterms:identifier>
</rdf:Description><rdf:Description rdf:about="http://www.eco.unina.it/items/show/235">
    <dcterms:title><![CDATA[Arnolfo di Cambio - particolare del volto di San Domenico - tomba del cardinale De Braye]]></dcterms:title>
    <dcterms:subject><![CDATA[Arnolfo di Cambio - particolare del volto di San Domenico - tomba del cardinale De Braye]]></dcterms:subject>
    <dcterms:description><![CDATA[La diapositiva riproduce il particolare del volto di San Domenico, scultura collocata nel monumento funebre realizzato da Arnolfo di Cambio per il cardinale Guillaume De Braye, morto nel 1282. Il sepolcro, posto originariamente nel corpo longitudinale della chiesa di San Domenico ad Orvieto, nel corso dei secoli è stato smembrato e ricomposto: attualmente esso si trova nel transetto della chiesa, ma alcuni frammenti e parti erratiche sono conservati presso il Museo dell&#039;Opera del Duomo di Orvieto.]]></dcterms:description>
    <dcterms:publisher><![CDATA[Archivio fotografico Dipartimento Studi Umanistici]]></dcterms:publisher>
    <dcterms:date><![CDATA[1933/ 1936]]></dcterms:date>
    <dcterms:format><![CDATA[diapositiva; BN; gelatina bromuro d&#039;argento/ vetro]]></dcterms:format>
    <dcterms:identifier><![CDATA[3589]]></dcterms:identifier>
</rdf:Description><rdf:Description rdf:about="http://www.eco.unina.it/items/show/234">
    <dcterms:title><![CDATA[Arnolfo di Cambio - Dormitio Virginis - frammento con la Vergine e San Giovanni apostolo]]></dcterms:title>
    <dcterms:subject><![CDATA[Arnolfo di Cambio - Dormitio Virginis - frammento con la Vergine e San Giovanni apostolo]]></dcterms:subject>
    <dcterms:description><![CDATA[La diapositiva riproduce uno dei frammenti maggiori della Dormitio Virginis, raffigurante la Vergine priva di vita e san Giovanni apostolo che, chino, le stringe le gambe. Essa fu scolpita, intorno al 1300 circa, da Arnolfo di Cambio e aiuti per la lunetta del portale destro della cattedrale di Santa Maria del Fiore a Firenze. Il frammento fotografato è conservato presso il Bode Museum di Berlino e fu gravemente danneggiato durante i bombardamenti che nel 1945 colpirono la Museumsinsel berlinese.]]></dcterms:description>
    <dcterms:publisher><![CDATA[Archivio fotografico Dipartimento Studi Umanistici]]></dcterms:publisher>
    <dcterms:date><![CDATA[1930/ 1940 ca.]]></dcterms:date>
    <dcterms:format><![CDATA[diapositiva; BN; gelatina bromuro d&#039;argento/ vetro]]></dcterms:format>
    <dcterms:identifier><![CDATA[3627]]></dcterms:identifier>
</rdf:Description><rdf:Description rdf:about="http://www.eco.unina.it/items/show/233">
    <dcterms:title><![CDATA[Arnolfo di Cambio - statua di San Domenico - tomba del cardinale De Braye]]></dcterms:title>
    <dcterms:subject><![CDATA[Arnolfo di Cambio - statua di San Domenico - tomba del cardinale De Braye]]></dcterms:subject>
    <dcterms:description><![CDATA[La diapositiva riproduce la statua di San Domenico, scultura collocata nel monumento funebre realizzato da Arnolfo di Cambio per il cardinale Guillaume De Braye, morto nel 1282. Il sepolcro, posto originariamente nel corpo longitudinale della chiesa di San Domenico ad Orvieto, nel corso dei secoli è stato smembrato e ricomposto: attualmente esso si trova nel transetto della chiesa, ma alcuni frammenti e parti erratiche sono conservati presso il Museo dell&#039;Opera del Duomo di Orvieto.]]></dcterms:description>
    <dcterms:publisher><![CDATA[Archivio fotografico Dipartimento Studi Umanistici]]></dcterms:publisher>
    <dcterms:date><![CDATA[1933/36]]></dcterms:date>
    <dcterms:format><![CDATA[diapositiva; BN; gelatina bromuro d&#039;argento/ vetro]]></dcterms:format>
    <dcterms:identifier><![CDATA[3619]]></dcterms:identifier>
</rdf:Description><rdf:Description rdf:about="http://www.eco.unina.it/items/show/8">
    <dcterms:title><![CDATA[Istruzione per la coltura de&#039; mori bianchi secondo il metodo de&#039; veronesi]]></dcterms:title>
    <dcterms:subject><![CDATA[Griselini, Francesco, 1717-1787. Istruzione per la coltura de&#039; mori bianchi.]]></dcterms:subject>
    <dcterms:description><![CDATA[Il moro bianco o gelso bianco, Morus alba L., è un albero originario della Cina, introdotto in Sicilia da Ruggero II nel 1130. La sua coltivazione, fino alla metà del 1900 diffusa in quasi tutto il territorio italiano ma in particolare nelle regioni settentrionali come Lombardia e Veneto, era legata all’uso delle foglie come alimento del baco da seta che forniva la materia prima per l’industria sericola. Il padre dell’autore, Marco Greselin (cognome modificato in Griselini dal figlio), era per l’appunto tessitore e tintore di seta, e la madre, Elisabetta Sperafigo, apparteneva ad una famiglia di commercianti di seta. Non è un caso quindi che Francesco Griselini abbia scelto la coltivazione del moro bianco come soggetto della sua opera che egli pubblica in qualità di socio della Società Economica di Berna. Lo scopo del volume, da lui definito Istruzione, è soprattutto divulgativo: […] indicare i migliori metodi per la coltura de’ gelsi, ma di mettere ad un tempo medesimo sotto l’occhio tutte le operazioni, ch’ella esige […].Esso è infatti arricchito da 27 incisioni in rame, disposte in 14 carte ripiegate che illustrano con grande dettaglio tutte le fasi di coltivazione della pianta. Uno dei particolari che più risaltano, osservando le tavole, è l’utilizzo di un doppio angolo di visuale in alcune di esse: in primo piano l’oggetto della figura estremamente curato nei dettagli (spremitura dei frutti, preparazione del semenzaio, innesto degli alberi, etc.), in secondo piano lo sfondo rappresentato dal paesaggio agricolo e dagli insediamenti umani. Dallo stesso autore si viene a sapere che le figure sono opera di un «Nobile Friulano», arrivate a lui tramite Antonio Zanon, agronomo e imprenditore dell’industria tessile che aveva fortemente promosso l’allevamento del baco da seta. Non è chiaro se questa affermazione sia un abile artificio dell’autore per mascherare la vera identità dell’artista incisore che potrebbe essere lo stesso Griselini, disegnatore, incisore e restauratore di professione come risulta dalla sua biografia [1]. Al di là dell’intento didascalico, l’autore si prefigge anche un obiettivo economico: introdurre in tutte le province venete il sistema di coltivazione utilizzato dai cosiddetti Moraroli della Provincia Veronese, rivelatosi il più profittevole e razionale per la quantità ed il valore dei filugelli prodotti. L’acquisizione e digitalizzazione del volume qui presentato, sono state realizzate utilizzando una copia appartenente alla biblioteca storica Orazio Comes del MUSA – Centro Museale “Musei delle Scienze agrarie” dell’Università degli Studi di Napoli Federico II. La copia si trova in ottime condizioni fisiche, con copertina di cartone pergamenato e cornice dorata impressa ai margini, taglio rosso dei fogli ed un’etichetta ex libris “David Minelli Bononiae”, attaccata sul verso della prima pagina. Un'altra copia dello stesso volume è presente presso la Biblioteca di Area del Dipartimento di Agraria della stessa Università. La verifica della presenza del volume sui principali cataloghi bibliografici nazionali ed internazionali ha restituito solo due risultati reperibili su OPAC SBN, che indica solo tre biblioteche italiane in possesso del titolo. Sul web, infine, si trova una copia digitalizzata, priva di tavole, appartenente alla Bibliothèque Municipale de Lyon, diversa da quella qui presentata, soprattutto per il frontespizio che mostra una marca differente.
<div style="text-align:right;">
<p>Antonella Monaco</p>
</div>
<div style="text-align:left;">
<p>[1] Preto, P., <em>Griselini Francesco</em>. Dizionario biografico degli italiani. (2002). Treccani. V. 59.</p>
</div>]]></dcterms:description>
    <dcterms:creator><![CDATA[Francesco Griselini]]></dcterms:creator>
    <dcterms:publisher><![CDATA[Centro di Ateneo per le Biblioteche &quot;Roberto Pettorino&quot;<br />
Università degli Studi di Napoli Federico II]]></dcterms:publisher>
    <dcterms:date><![CDATA[1768]]></dcterms:date>
    <dcterms:contributor><![CDATA[Dott. Nicola Madonna<br />
Sig.ra Antonella Monaco<br />
Sig. Lucio Terracciano (riproduzioni)<br />
]]></dcterms:contributor>
    <dcterms:rights><![CDATA[Le digitalizzazioni presenti in eCo - Collezioni Digitali dell'Università degli Studi di Napoli Federico II sono distribuite con Licenza Creative Commons <a title="CC 4.0" href="https://creativecommons.org/licenses/by-nd/4.0/" target="_blank">Attribution-NoDerivatives 4.0 International</a>.]]></dcterms:rights>
    <dcterms:format><![CDATA[Tiff]]></dcterms:format>
    <dcterms:language><![CDATA[Italiano]]></dcterms:language>
    <dcterms:type><![CDATA[Volume a stampa, coperta in cartone pergamenato  inciso, 24 cm x 18 cm, 14 c. di tavole, ill.]]></dcterms:type>
</rdf:Description><rdf:Description rdf:about="http://www.eco.unina.it/items/show/5">
    <dcterms:title><![CDATA[<div style="text-align:justify;">Codice fridericiano A1/1: Anonimo della fine del secolo XVI, <em>Codice apografo ‘abbreviato’ del </em>Trattato della Pittura<em> di Leonardo da Vinci</em></div>]]></dcterms:title>
    <dcterms:subject><![CDATA[Leonardo, da Vinci, 1452-1519. Trattato della pittura.]]></dcterms:subject>
    <dcterms:description><![CDATA[<div style="text-align:justify;">
<p>Questa copia del <em>Trattato della Pittura </em>di Leonardo, custodita per secoli in una collezione privata napoletana (eredi Nicotera), è stata acquistata dall'ateneo fridericiano nel 2016. Solo pochi anni fa se ne è riconosciuta l'importanza e sono state avanzate le prime interessanti ipotesi sulla vicenda della sua compilazione[1]. Il documento, di 40 carte, si caratterizza per l’accuratezza del testo e la qualità dei disegni, e si inserisce a pieno titolo tra le versioni ‘abbreviate’ del <em>Trattato</em>, su cui negli ultimi anni si sono susseguiti gli studi, venendo chiarite anche le circostanze legate alla loro diffusa circolazione, che fin dalla seconda metà del XVI secolo precedette la nota edizione parigina del 1651.<br /> In generale, gli apografi del <em>Trattato</em> redatti a quell’epoca in ambito fiorentino, su iniziativa di letterati e bibliofili, si presentano assai accurati nel testo, ma non rivelano altrettanta qualità grafica nelle immagini. Invece il manoscritto in esame, pur riconducibile alla medesima ‘famiglia’ fiorentina, si caratterizza per una raffinatezza nei disegni che spinge ad ipotizzarne la realizzazione da parte di un artista non toscano.<br /> Il testo è vergato con una grafia chiara, ma non calligrafica; i disegni sono realizzati a margine del campo scrittorio e con lo stesso inchiostro, per cui sembrano essere contestuali allo scritto. Notevole lo stile di questi schizzi, eseguiti talvolta al di sopra di una traccia delineata con un sottile tratto a matita.<br /> Il recto del secondo foglio del manoscritto – sul cui verso inizia la trattazione – presenta un’intestazione che sembra posteriore alla stesura ed è da mettere probabilmente in relazione con l’anonimo proprietario: “<em>Brevissimo e facile modo, a giovanetti per introdursi alla pittura perfetta. Di T. P. B. C. d. d. P. E. et A. S. d. P. V</em>.”. Al di sotto di questa scritta, e in parte coperti da essa, si scorgono dei disegni a matita, appena percettibili, che rappresentano animali raffigurati con zelo naturalistico: è probabile che in origine essi costituissero una sorta di copertina, solo successivamente occultata dalla rozza intestazione a penna.<br /> La presenza di questi disegni ha indotto a formulare alcune ipotesi sull’autore della stesura: particolarmente suggestiva è quella relativa alla figura di Jacopo Ligozzi (Verona 1547-Firenze 1627), attivo dal 1577 a Firenze, pittore di corte e console dell’Accademia delle Arti del Disegno, celebre per le accurate illustrazioni di piante e animali realizzate per il granduca Francesco I. Gli estremi cronologici e geografici della sua attività, che incluse anche – fra il 1592 e il 1602 – rapporti con la committenza mantovana dei Gonzaga, potrebbero indurre a cercare nella sua cerchia l’identità del copista, che però, alla luce di controlli effettuati su testi autografi, si esclude possa essere lo stesso Ligozzi.<br /> Un altro elemento significativo che accomuna il manoscritto agli apografi fiorentini è la numerazione irregolare dei capitoli, che di fatto sono 377, numerati però fino a 368 a causa di una serie di errori e di numeri ripetuti: quest’ultima numerazione, del resto, è la stessa di quasi tutte le versioni abbreviate. Anche per quanto riguarda le illustrazioni, pur con una notevole differenza nell’esecuzione, il nostro codice presenta una significativa corrispondenza con quelle dei codici suddetti. Le lievi varianti che vi si possono osservare, se in alcuni casi si discostano dall’archetipo del Codice Urbinate (o <em>Libro di Pittura</em>) in altri denotano una maggiore aderenza. Resta comunque difficile formulare ipotesi circa il luogo di compilazione del manoscritto: oltre a diversi indizi a favore dell’origine fiorentina, altri dati attestano invece la provenienza del manoscritto dalla Lombardia, e in particolare dalla corte di Mantova.<br /> Una legatura pergamenacea di epoca settecentesca unisce il manoscritto ad altri due testi, databili fra la fine del XVI e gli inizi del XVII secolo. Il primo è intitolato “<em>Trattato del sangue di Cristo di Francesco Tartaleone Dottore e Canonico di S. Andrea di Mantova...</em>”ed è preceduto da una lettera di dedica al “Sig.r Tullio Petroianni, digniss.mo Preposito di S.to Benedetto, Primicerio di S.to Andrea, Conte della Villa di S.to Secondo, et Consigliere dell’A. Ser.ma di Mantova”, firmata e datata 25 novembre 1599, da parte di Anselmo Tartaleone. Il secondo è intestato: “<em>Relazione del Conte Alessandro Striggi al Serenissimo Carlo I, Duca di Mantova, di Monferrato, di Nevers, Umena e Rethel l’anno 1631, della sua Ambasceria di sei anni in Spagna, e dello stato presente di quella Corona e Corte</em>”. Non si tratta del noto musicista conte Alessandro Striggi jr (Mantova 1573 ca.-Venezia 1630), ma di “un nipote del Conte [Alessandro] Strigio, il quale è ambasciatore in Spagna”, di cui si fa menzione in un documento dell’archivio mediceo. Entrambi i codici provengono dunque da Mantova, confermando quanto riferito dagli attuali proprietari del manoscritto, che ricordano una lontana origine mantovana della loro famiglia.<br /> La sequenza dei capitoli con l’indice aggiunto alla fine, le illustrazioni e un gran numero di varianti, permettono quindi di ricondurre questo apografo a quelli discendenti dalle copie appartenute a Lorenzo Giacomini (1552-1598) e a Niccolò Gaddi (1537-1591). Tale ‘famiglia’ di codici si distingue per la data precoce (l’ultimo quarto del Cinquecento) e per la fedeltà a una probabile prima versione abbreviata del Codice Urbinate, oggi perduta. Non si può tuttavia parlare, per il Codice napoletano, di una copia diretta, in quanto esso presenta numerose lacune e alcune varianti nel testo che lasciano pensare a un passaggio intermedio rispetto agli esemplari fiorentini. Del resto è noto che Gaddi prestasse volentieri la propria copia, al fine di far conoscere il testo leonardesco, e che anche l’apografo appartenuto all’erudito padovano Giovan Vincenzo Pinelli (1535-1601) derivasse dal codice Gaddi. Tra gli studiosi che si giovarono di questa lettura troviamo anche il famoso cosmografo e cartografo Egnatio Danti, che fu in seguito l’editore del trattato di Jacopo Barozzi da Vignola sulla prospettiva, parzialmente trascritto assieme a quello leonardesco nello stesso codice Gaddi, menzionato come “<em>Precetti di pittura e avvertimenti pei giovani che </em>[c]<em>on diligentia vogliono attendere a tal professione. Opera di Lionardo da Vinci pictor fiorentino che per sua morte non si è donata alla stampa”</em>.<br /> Il legame del copista del manoscritto in esame con l’ambiente mantovano è infine attestato dall’esistenza di una frase aggiunta nell’ultima carta (f. 35<em>v</em>), alla fine del capitolo 365 su “<em>Come si devono fare le pieghe de’ panni”</em>, con un esplicito riferimento a Domenico Fetti (Roma 1589-Venezia 1623), pittore di corte presso i Gonzaga dal 1611 al 1621. La critica nei confronti di Fetti per la sua maniera trascurata nella resa dei panni, ma definita sublime nell’uso del colore e nella ‘invenzione’, lascia intravedere una specifica competenza in materia artistica da parte del copista, che poteva essere forse un collega del Fetti, o per lo meno un amatore d’arte, anch’egli attivo presso la corte dei Gonzaga. Va però notato che la frase, collocata a fine testo, potrebbe essere stata aggiunta in un tempo e in un luogo diversi da quelli della stesura originale.<br /> Resta quindi ancora molto da accertare su questo Codice; in ogni caso, esso aggiunge un nuovo elemento alla complessa rete dei rapporti fra Toscana e Lombardia nella trasmissione del trattato leonardesco e, soprattutto, un nuovo tassello circa la presenza di tracce vinciane a Napoli[2], ove potrebbe essere giunto già nel corso del XVII secolo. </p>
</div>
<div style="text-align:right;">Alfredo Buccaro</div>
<div><br /><div style="text-align:justify;">
<p>[1] Cfr. Cerasuolo, A., Sconza, A., <em>Un manoscritto inedito del Trattato abbreviato in collezione privata napoletana</em>, in «Raccolta vinciana», 35 (2013), pp. 279-298, da cui traiamo in buona parte questa scheda. U<span>na prima descrizione del codice <span>è stata presentata da A. Cerasuolo</span> <span>al convegno tenutosi dal 12 al 14 aprile 2012 presso la University of Virginia, in occasione dell'inaugurazione del <span>sito web </span><em>www.treatiseonpainting.org</em><span>, coordinato da F. Fiorani, che costituisce il repertorio di riferimento per gli studi sul </span><em>Trattato della Pittura</em><span>. </span></span></span><br /> [2] Si veda in proposito il nostro recente studio: Buccaro, A., <em>Leonardo da Vinci. Il Codice Corazza nella Biblioteca Nazionale di Napoli</em>, Poggio a Caiano / Napoli, 2011.</p>
</div>
</div>]]></dcterms:description>
    <dcterms:publisher><![CDATA[Centro di Ateneo per le Biblioteche "Roberto Pettorino" <br />Università degli Studi di Napoli Federico II]]></dcterms:publisher>
    <dcterms:date><![CDATA[Fine del XVI secolo]]></dcterms:date>
    <dcterms:contributor><![CDATA[Prof. Alfredo Buccaro<br />
Prof. Roberto Delle Donne<br />
Sig. Lucio Terracciano (riproduzioni)]]></dcterms:contributor>
    <dcterms:rights><![CDATA[Le digitalizzazioni presenti in <em>eCo - Collezioni Digitali dell'Università degli Studi di Napoli Federico II</em> sono distribuite con Licenza Creative Commons <a href="https://creativecommons.org/licenses/by-nd/4.0/" target="_blank">Attribution-NoDerivatives 4.0 International</a>.]]></dcterms:rights>
    <dcterms:relation><![CDATA[<em>Contributi scientifici</em><br /><ol><li>A. Cerasuolo, A. Sconza, <em><a href="http://www.fedoa.unina.it/11143/" target="_blank">Un manoscritto inedito del "Trattato" abbreviato in collezione privata napoletana</a></em>, in "Raccolta Vinciana", 35, 2013, pp. 279-298.</li>
</ol><br /><em>Presentazioni<br /></em><ol><li>Alfredo Buccaro, <em><a href="https://www.youtube.com/watch?v=Gm--XoJyjGc" target="_blank">Viaggio nel codice apografo di Leonardo da Vinci</a></em>, Università degli Studi di Napoli Federico II, 2016.</li>
</ol><em><br />Rassegna stampa</em><ol><li><a href="http://corrieredelmezzogiorno.corriere.it/napoli/arte_e_cultura/16_novembre_11/resta-napoli-grazie-federico-ii-trattato-pittura-leonardo-4b173e44-a826-11e6-a1c5-073381ca21f5.shtml" target="_blank">Resta a Napoli grazie alla Federico II il ‘Trattato di pittura’ di Leonardo</a>, in Corriere della Sera, Corriere del Mezzogiorno, Cultura, 11 novembre 2016.</li>
<li>B. De Fazio, <a href="http://napoli.repubblica.it/cronaca/2016/11/11/news/a_federico_ii_salva_codice_da_vinci_manoscritto_apografo-151810049/" target="_blank">La Federico II salva "Codice da Vinci"</a>, manoscritto apografo, in La Repubblica, Napoli, Cultura, 11 novembre 2016.</li>
</ol>]]></dcterms:relation>
    <dcterms:format><![CDATA[Tiff]]></dcterms:format>
    <dcterms:language><![CDATA[Italiano]]></dcterms:language>
    <dcterms:type><![CDATA[Manoscritto cartaceo a inchiostro nero, in 4°; legatura e coperta in pergamena del sec. XVIII. 26,5 cm x 21,3 cm]]></dcterms:type>
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